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Il bricoleur della memoria |
Massimo Sansavini non parla mai di sculture. Parla di oggetti. E non c'è bisogno di scomodare Freud per capire che l' uso di un vocabolo piuttosto che di un altro, per un artista -come, del resto, per un qualsiasi altro essere pensante- non può essere casuale: nè a livello conscio, nè inconscio. Bisognerà dunque partire proprio da qui, da questa impossibilità di definire gli oggetti di Sansavini altro che con il nome comune di ciò che è diverdo da noi (e su cui noi proiettiamo, di volta in volta, il nostro giudizio, i nostri desideri, le nostre capacità di pensiero) per parlare del lavoro di questo forlivese pervicacemente ancorato a un'idea di arte che nulla ha da spartire con quanto si sta facendo in questo momento in Italia, e, allo stesso tempo, del tutto consapevole, e del tutto indifferente, alla propria estraneità al panorama artistico contemporaneo.
Sansavini ha comiciato a costruire oggetti in silenzio ed in perfetta solitudine, come un qualsiasi bricoleur dei propri sentimenti più nascosti e delle proprie individuali memorie. Ha iniziato, con quelli che lui stesso chiamava (se non ricordo male) Contenitori delle memorie. Scatole in legno, che racchuidevano, come gli altri scrigni dei romanzi d'amore ottocenteschi, segreti accessibili solo a chi aveva voglia e la costanza di entrarci -o intrufolarcisi- dentro: complicati intarsi di legno che racchiudevano, a loro volta, altrettanti oggetti, simboli, ricordi. E a quest'idea della memoria è rimasto, come vedremo più avanti, legato anche con gli ultimi oggetti -spesso sospesi a metà strada fra i totem degli indiami d'America e i Complessi plastici di marca futurista.
Proprio al futurismo, del resto, -al secondo futurismo, quello di Balla e Depero, delle case trasformate in botteghe dove si costruiva, con perizia artigianale e con la certezza che solo intervenendo sui più insignificanti oggetti della vita quotidiana, dal paralume alla cravatta al cartellone pubblicitario, si potesse rifondare la coscienza e il gusto del mondo-, al secondo futurismo, dicevamo, si ricollega, idealmente, il lavoro di Massimo Sansavini; i suoi coloratissimi e complicatissimi puzzle e i suoi arabeschi e folli totem appartengono infatti, di diritto, a un filone inesauribile e giocoso della cultura artistica italiana; un filone che, partendo dagli accrochage lignei e dai giocattoli sintetici di Deperoe dai mobili e dai bricolage dinamici di casa Balla, si rinnova via via con le macchine inutili e le inesauste invenzioni di Bruno Monari, per arrivare fino alla straripante inventiva di un Nespolo, che tocca indifferentemente pubblicità, architettura, pittura, design. In comune con i grandi inventori del secondo futurismo, Sansavini ha infatti l' attenzione alla tecnica, alla meccanica, alla dinamica interna delle singole composizioni; e la consapevolezza che il colore, il gioco, i mille frammenti colorati che compongono il rivestimento , l' involucro, il packaging dell' oggetto non sono che il cavallo di Troia per attrarre lo spettatore, per attirarlo in quel gioco di seduzione, di misteri e di sottili ricatti che il fare artistico porta fatalmente con sè. Sansavini ha insomma mutuato, per dirla con Germano Celant, dai futuristi della seconda generazione soprattutto "la funzione dello styiling creativo come cosmesi del prodotto artistico. La cosmesi degli oggetti di Sansavini è semplice, lineare, giocosa. Utilizza principalmente un materiale -il legno- che non vuole nè può porsi come nuovo rispetto al fare artistico tradizionale; e, in questo senso, si capisce come Sansavini non voglia -e forse non possa- sentirsi realmente figlio di un'avanguardia, come quella futurista, tutta proiettata verso il nuovo (e questo suo rifuto per la ricerca di strumenti e materiali nuovi con cui operare lo separa nettamente da quelli che, a torto o a ragione, vollero alcuni anni fa erigersi a unici, veri eredi della tradizone deperiana, vedendo nella plastica, nel perspex o nella vetroresina i materiali di una seconda -o terza, o quarta- ricostruzione futurista dell' universo artistico).
Sansavini vede innanzitutto nella natura -una natura rivisitata, ricreata ex-novo, quasi una natura aliena, stranamente meccanizzata e dotata di vita propria, a volte persino, come quella gilardiana, postqa sotto un' improbabile urna di vetro- vede nella natura, dicevamo, la principale -forse unica- fonte di ispirazione per i suoi oggetti. Nella natura, infatti, nella sua complessità, nella sua dinamicità e armonicità interna, ma anche nella sua colorata, apparentemente contarddittoria, buffa e straripante vitalità, c'è in fondo, per Sansavini, la cifra per interpretare, per reinventare, per mettere letteralmente in scena la commedia del mondo -e anche in questo, che gli piaccia o no, non può non vedersi un rimando alla tradizione deperiana: era proprio il mago di Rovereto che, in visita al museo di storia naturale di Milano, rimaneva mmaliato dalla "ricchezza inesauribile di forme... intrecci di piume, d'ossa, di cristalli, becchi, zampe, code, pesci floriformi, dentature intricate di serpi, teste inverosimili di coccodrilli e tartarucghe, animali sottomarini gobbi, a stella, sferici e schiaccianti, sistemi ossei, muscolari, sanguigni di stupende modellature, ramificazioni e connessione meccaniche!, e poi ancora da un "modello di cera e di legno degli elementi del corpo umano sezionato, sistemi di vena, gruppi di muscoli, il cervello, la spina dorsale, tutto riprodotto con scrupolosa e perfetta esecuzione", che "dava interessantissimo senso architettonico armonico, di essere a sè, come strano e raro fenomeno floreale di un altro mondo".
Per creare i suoi teatrini, le sue rappresentazioni sceniche del mondo -fatte di incastri, di simboli, di origami di legno armonicamente incastonati tra di loro, ma anche di stipi segreti, di meccanismi e cassetti nascosti, come nei primi, evanescenti contenitori delle memorie-, Sansavini lascia da parte ogni pretesa intellettuale, ogni riferimento diretto o indiretto alla storia dell' arte passata o recente; abbandona qualsiasi referente culturale per porsi, vorremmo dire, innocentemente di fronte allo spettatore, nella scomessa estrema di sedurlo, o respingerlo -in tutti e due i casi, per eccesso di gioco, di colore, di pura piacevolezza estetica. Ma non è nei totem, nelle sculture -pardon, negli oggetti tridimensionali- che Sansavini gioca la sua vera scommessa. L agioca qui, in queste composizioni dalla forma bizzarramente complessa, dove rimane soltanto un vago ricordo della natura come noi la vediamo (se mai ci capita di vederla ancora, qualche volta, chiusi come siamo nelle nostre giungle d'asfalto e di cemento), in questi ondeggianti obelischi pieni di escrescenze lignee dalle forme contorte che ci sembrano nello stesso tempo nuovissime e in qualche modo familiari -quasi provenissero da un vago anfratto perduto della nostra più recondita memoria infantile- in questi oggetti insieme imponenti e slanciati, che del totem hanno spesso non solo la forma, ma anche, e soprattutto, il significato più autentico -in quanto simboli, vorremmo dire, viventi (e gli oggetti creati da Sansavini paiono davvero vivere di vita propria, e di propria energia- e non è forse un caso che, via via, al legno e agli altri materiali "pesanti" si sia aggiunta la luce, una luce deperianamente "disegnata, plasmata, duramente e spigolosamente solidificata" , come "potenza suggeritrice e impegnativa"), in quanto simboli , dunque, viventi di un'identità: identità più che mai individuale -quasi Sansavini volesse, oggii, riproporre in forma totemica, fortemente simbolica, quelle ancestrali forme del proprio vissuto che comparivano già nei suoi primi Contentiori delle memorie.
Identità che, così trasformate, così, diciamo, rese astratte e totemizzate, si arricchiscono ora di una nuova magia -diventando nello stesso tempo astratte eppure evocatamente figurative, ancorate al passato e tuttavia proiettate verso un ipotetico, e forse impossibile, futro; delineando, nella loro imperfetta e bizzarra geometria in bilico tra naturalismo e fantascienza, un paesaggio della mente, o della memoria, che, in qualche modo, appartiene non più solo a lui, a quel bricoleur dell' anima che è il forlivese Massimo Sansavini, ma a noi tutti: spettatori, critici, amatori, collezzionisti- in breve, uomini dotati di pulsioni, di passioni, di gusto, e infine, soprattutto, di memoria
Alessandro Riva